Parla come mangi, di Alberto Lori
Pur non essendo astemio, non mi considero un bevitore di vino, nel senso che non ne sono gran consumatore né conoscitore. Nel corso della mia professione di lettore radiotelevisivo (per saperne di più su Alberto Lori, clicca qui), tuttavia, mi è capitato di leggere di tutto: notizie, inchieste, documentari, pubblicità, oroscopi astrologici e anche ricette culinarie.
Com’è ovvio, ad ogni gran piatto deve accompagnarsi un buon vino, ed è allora che ho imparato che i vini nonsono tutti maschili? come, per esempio, il Chianti, il Barolo, il Brunello di Montalcino, il Verdicchio, tanto per restare in ambito nazionale, ma anche femminili.
Quindi per evitare brutte figure, se desideri un determinato vino o, meglio ancora, se sei sommelier e hai il compito di consigliare, ricordati di ordinare o di suggerire
una Barbera e non un Barbera, una Freisa e non un Freisa, una Ribolla e non un Ribolla.
Questa breve introduzione di carattere enologico mi è utile per introdurre l’argomento di questo articolo dedicato alla comunicazione verbale, in referimento ai mille dubbi che afferrano i comuni mortali (nati in Italia, ovviamente), quando devono esibirsi in scritti o discorsi di carattere formale, ove anche la forma possiede lo stesso peso specifico della sostanza.
Ti faccio un esempio che ti metterà in crisi, salvo che tu non sia un grammatico o un glottologo di professione. Davanti al gruppo consonantico “PN” va l’articolo determinativo il o l’articolo lo? Insomma, si dice il pneumatico o lo pneumatico, il pneumotorace o lo pneumotorace?
Fingo di non cogliere l’obiezione di qualcuno:
Non faccio il gommista o il medico.
Troppo facile, perché almeno una volta nella vita questo qualcuno avrà cambiato gli (o i?) pneumatici alla sua auto.
Per farla breve, ecco la risposta corretta. Si dice, al singolare, lo pneumatico. E al plurale? I pneumatici, risponderemmo quasi tutti, dove il quasi è dato dagli estensori dei vocabolari, secondo i quali, invece, è più corretto dire gli pneumatici.
Ovviamente i pubblicitari agiscono fuori del contesto linguistico. Non sono particolarmente ferrati nella corretta pronuncia delle
parole italiane (per esempio: negli spot si pronuncia utènsile in luogo del corretto utensìle, guàina al posto di guaìna, diùresi invece di diurèsi, zàffiro invece di zaffìro), come volete che lo siano nella grammatica? Di conseguenza, negli spot che pubblicizzano certe gomme d’auto, sentirete pronunciare:
…sicurezza dei pneumatici.
Come articolo indeterminativo si userà: uno pneumatico. I medesimi articoli si usano anche per lo o uno pterodattilo (gli
pterodattili), anche se, non essendo paleontologi, potremmo infischiarcene, poiché sarà difficile trovare l’occasione d’infilare
uno pterodattilo nei nostri discorsi.
La stessa regola si applica davanti ai gruppi consonantici “PS” e “GN”. Si dirà, quindi: «lo psichiatra, gli psichiatri, uno psichiatra» e
«lo gnomo, gli gnomi, uno gnomo». La ragione della regola è semplice evitare il suono contiguo di tre consonanti.
Attenzione ai sostantivi Intanto, una precisazione. Si definiscono come sostantivi i nomi che indicano persone, cose, animali, qualità, in contrapposizione agli aggettivi, che qualificano o specificano il nome che accompagnano.
In genere, non esistono particolari complicazioni riguardo ai sostantivi, ma non si può mai sapere. Dubbi di una certa consistenza possono nascere di fronte alle declinazioni, ossia alle modificazioni cui sono soggetti i nomi in dipendenza del genere e del numero. Oppure sul plurale. Si dice: stomaci o stomachi? Si dice sarcofagi o sarcofaghi? Nel primo caso, ahimè, come dice Cesare Marchi
le regole non sono scolpite nel bronzo
ma solo sulla sabbia, aggiungerei io. Basta un’onda per cancellarle e, infatti, basta dare una scorsa ai dizionari per decidere di fare come ci pare. Per lo Zingarelli, la prescrizione è stomaci, per il Palazzi è invece errata e suggerisce stomachi. Per il Devoto Oli, per il
Garzanti e per il DOP sono ammessi entrambi. I dizionari appaiono altrettanto permissivi con i plurali di sarcofago, psicologo, astrologo ecc. Ammettono sia sarcofagi sia sarcofaghi, sia psicologi sia psicologhi, sia astrologi sia astrologhi. A mio modesto avviso, preferisco scrivere e dire sarcofagi, mentre sarei più possibilista con psicologhi, astrologhi perché se consideriamo questi vocaboli al femminile, il plurale è psicologhe e astrologhe e non psicologe o astrologe.
Qual è, invece, il plurale dei nomi composti, come cassaforte, dormiveglia, capotribù, capogiro, altopiano?
I nomi composti da sostantivo + aggettivo (cassa + forte) formano il plurale modificando la desinenza di entrambi gli elementi. Quindi: casseforti, pellirosse, terrecotte ecc. I nomi composti da verbo + verbo (dormi + veglia) oppure da avverbio + verbo (bene + stare) restano invariati. Quindi: i dormiveglia, i benestare.
I sostantivi composti con il nome capo hanno un comportamento diversificato che dipende dal significato della parola. Quando
capo ha il senso di superiore, cambia il plurale in capi. Quindi: capitribù, capistazione, capitreno, capiredattore. In altri significati cambia solo la desinenza finale: capogiri, capolavori.
I sostantivi composti con alto e basso hanno due forme distinte di plurale da usare indifferentemente:
- bassorilievi e bassirilievi (desueto);
- altopiani e altipiani.
- Vi è poi una serie di sostantivi che hanno anch’essi due plurali,
- ma in questo caso mutano i significati.
- Braccio: bracci (di un fiume) e braccia (di un essere umano).
- Calcagno: calcagna (stare alle) e calcagni (talloni).
- Ciglio: cigli (di un burrone) e ciglia (degli occhi).
- Corno: corna (di animale) e corni (di un dilemma o strumenti
- musicali).
- Dito: diti (ciascun dito di una mano: i diti indice) e dita (della
- mano o del piede).
- Gesto: gesta (eroiche) e gesti (propri del gesticolare).
- Filo: fili (di una marionetta), file (alla posta) e anche fila (di una
- congiura).
- Fondamento: fondamenti (di una dottrina) e fondamenta (di un
- edificio).
- Fuso: fusi (aghi o anche fusi orari) e fusa (del gatto).
- Grido (esiste anche grida al singolare nel significato di bando,
- editto): gridi (degli animali) e grida (degli uomini).
- Labbro: labbri (di una ferita) e labbra (della bocca).
- Lenzuolo: lenzuoli (plurale di un singolo lenzuolo) e lenzuola (la
- coppia).
- Membro: membri (di un club) e membra (del corpo umano).
- Muro: muri (di una stanza) e mura (di una città).
Il linguaggio e il suo uso corretto
Se intendiamo la nostra voce come uno strumento musicale, il linguaggio non può essere che una partitura di note sulla quale suoniamo. Capirai quindi che, seppure hai tra le mani uno Stradivari, ma lo spartito lascia a desiderare, non incanterai nessuno. Forse, all’inizio, qualcuno ascoltando la tua bella voce può per qualche istante restarne sedotto, ma nel prosieguo, se non sei supportato da una concretezza d’idee, quel qualcuno ti mollerà.
Tu sai bene, per tua cultura personale o perché lo hai letto nelle mie pubblicazioni (le hai lette, vero?) che ogni buon oratore è in
possesso di tre chiavi per aprire lo scrigno della comunicazione efficace e incisiva.
- La prima chiave è la sostanza del discorso fatta di parole, concetti, grammatica e sintassi.
- La seconda è come il discorso viene proposto al pubblico in base alla modulazione di voce, ai ritmi, al volume, alle pause, alle accelerazioni e decelerazioni ecc.
- La terza chiave è il linguaggio non verbale, fatto di postura, mimica, gestualità.
Il corretto allineamento di questi tre criteri comunicazionali ci consente di rendere efficace il nostro messaggio.
È ovvio che se qualcuno per la strada mi ferma per chiedermi un’informazione ed io ho un diavolo per capello per aver avuto una discussione con mio figlio, la mia risposta, anche se corretta, sarà comunque resa inefficace dalla inconsapevole trasmissione
da parte mia di uno stato d’animo negativo.
Da ciò deriva l’importanza, se vogliamo risultare convincenti nei nostri messaggi, della congruità tra i tre criteri comunicazionali.
Il parlare bene – senza "i fatti" – non aggiunge nulla al carisma e al prestigio personale di un individuo. Resta il fatto, però, che il cavarsela con disinvoltura nella lingua patria offre notevoli opportunità in qualsiasi ambiente. Essere padroni della propria lingua significa comunicare, e saper comunicare vuol dire risultare persuasivi.
Scusa se è poco
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Tag: Alberto Lori, Comunicazione, comunicazione efficace, comunicazione verbale, formazione, parlare bene